che fastidio!

Ieri all’evento di facciamo pace, come promesso, abbiamo continuato a parlare di come gestire i nostri problemi con gli altri. Ma questa volta più dal punto di vista di come imparare qualcosa per noi, dell’atteggiamento che ci fa stare male, del fastidio che proviamo, in certe situazioni. Perchè non sempre sono le stesse situazioni a dare fastidio a tutti. E non parliamo di fastidio fisico come quello delle unghie sulla lavgana, ma di fastidio psicologico, come quello che possono dare una mancanza di rispetto, le urla, o le ingiustizie… che ad alcune persone sembra più gravi che ad altre.

Abbiamo già detto che ogni volta che qualcuno ci offende, ci fa arrabbiare, o ingelosire… insomma, che ci da fastidio, quel fastidio è legato indissolubilmente a noi. È nostro. Nessuno può darci fastidio se non glielo permettiamo, come nessuno può renderci felici o tristi. Questo non vuol dire che sia facile e automatico smettere di provare fastidio, ma che può essere possibile. Se capiamo che il fastidio è qualcosa di nostro e non di assoluto… siamo a metà strada.

Abbiamo imparato fin da piccoli a non prenderci le nostre responsabilità, a non fare scelte, a non pensare con la nostra testa, ma seguire i dettami di qualcun’altro. Prima dei nostri genitori, maestri, dai preti, dai medici, ecc. Poi dagli amici, dai politici, dalla pubblicità, dai social media, dalla gente che non ha niente di meglio da fare che dire la loro opinione come se fosse una pura descrizione della realtà.

La realtà è che il fastidio che ci danno le cose è più legato alle nostre ferite che alle parole, gesti o situazioni in cui ci troviamo. Le nostre credenze su quello che la gente dovrebbe dire o fare, sono quelle che ci fregano. Soprattutto quando le crediamo assolute e non capiamo che sono solo nostre. Le madri dovrebbero amare tutti i figli allo stesso modo, i datori di lavoro dovrebbero pagare di più, gli amici dovrebbero vedersi più spesso. Tutte queste cose sono  nostre idee e, chi fa in un modo diverso, ha delle idee diverse. Accettare che loro hanno diritto a pensare diversamente è il primo passo per comprendere che se vogliamo che il fastidio sparisca, possiamo lavorare su di noi. E non dobbiamo convincere o aspettare loro.

Cosa ne pensate? C’eravate all’incontro? Qualcosa da aggiungere?

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