ragiona

L‘altro giorno, durante un incontro di coaching, con una mamma che ha grossi problemi di communicazione e di ubbidienza con suo figlio, che mi raccontava di come, anche se lo esortava a ragionare, lui si ostinava a chiedere sempre le stesse cose che lei gli aveva detto che non poteva avere.

Il fatto è che questo “ragionare” si trova spesso nei rapporti, non solo fra genitori e figli, ma anche tra compagni sentimentali, tra famigliari, tra colleghi. Ci sono spesso delle situazioni in cui uno esorta l’altro a ragionare, anche se in realtà quello che si pretende non è solo che ragioni, ma che ragioni nello stesso modo.

Anche a scuola, dicono di insegnarci a pensare, ma in realtà non ci premiano per pensare ma per pensare allo stesso modo dei nostri insegnanti, il verbo ragionare, come la parola responsabilità, ha preso ultimamente una pericolosa connotazione di ubbidienzia silenziosa.

La buona notizia è che, se vogliamo veramente invitare qualcuno a ragionare, soprattutto con i figli, ma non soltanto con loro, dovremmo fare tenere a mente due cose:

  • la prima è che non possiamo esporre soltanto le conclusioni del nostro raggionamento, ma anche le nostre premesse e tutti i passaggi intermedi, così che il nostro interlocutore possa fare il ragionamento che abbiamo fatto noi;
  • la seconda è che, anche con le stesse premesse e passaggi intermedi, se si ragiona veramente, si potrebbe arrivare ad altre conclusioni, e persino a trovare soluzioni alternative a quelle a cui eravamo arrivati con la nostra ragione.

 Il mio invito possitivo di  oggi è proprio a imparare ad osservare il modo in cui ragioniamo, le nostre premesse e i passi intermedi, per arrivare alle soluzioni con il nostro ragionamento, e ad essere flessibili con altre possibilità, con altri modi di ragionare. Che ne dite? Vi va?

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