no, tu no…

Un’altra metafora che adoro del mio professore di cuentos è quella dell’azienda in cui le nostre emozioni sono degli impiegati.  A volte, alcune emozioni non vengono viste con buon occhio e tendiamo ad ignorarle, a considerarle negative o distruttive, e questo sarebbe un po’ come licenziarle.

Peccato che, essendo le emozioni delle espressioni di parti di noi, non possiamo veramente mandarle via perciò ci accontentiamo di mandarle nell’ufficio più lontano dall’entrata perchè nessuno le veda.

E, da quell’ufficio, senza nessun compito da fare, fanno di testa loro per attirare la nostra attenzione, attraendo delle situazioni in cui poter mostrarsi come indispensabili.

Anche se molti fanno così, anche se ci hanno insegnato a fare così, questo ci può portare ad un circolo vizioso e creare molti più problemi di quelli che risolve.

Per uscire da questi c’è una strada molto semplice anche se non è facile percorrerla perchè non molti la seguono.

Si tratta di prendere le emozioni una per una, quelle che abbiamo relegato all’ufficio del fondo all’azienda, e rifare con loro un nuovo colloquio di lavoro, chiedere loro cosa sanno fare, di cosa possono proteggerci e cosa vogliono in cambio, dare loro dei compiti su misura e sfruttarle invece di negare la loro esistenza.

Le emozioni sono risorse. Ogni emozione ha un compito, vuole farci trovare dentro di noi quel che ci serve per convivere con quello che c’è fuori.

Più le neghiamo più opportunità perdiamo e più difficile sarà per noi vivere.

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